🟠 Adesso tocca a Cuba?
Una volta terminata la guerra in Iran, Trump sembra pronto a conquistare l’isola sfruttando il suo momento di crisi
Cuba è sempre stata un’ossessione per Marco Rubio. Figlio di immigrati cubani e cresciuto nella comunità anticomunista di Miami, Rubio ha costruito la sua carriera politica denunciando e contrastando i regimi socialisti dell’America Latina ostili agli Stati Uniti.
Fin da quando ricopriva una carica simile al consigliere comunale, il city commissioner, nella piccola città di West Miami, Rubio definiva il governo cubano parte dell’“asse del male” nell’emisfero occidentale. Questa avversione non l’ha mai abbandonato: dopo essere stato eletto al Senato nel 2010, è rapidamente diventato il principale falco della politica americana verso l’isola, guidando l’opposizione repubblicana all’iniziativa del 2014 di normalizzare le relazioni tra Washington e L’Avana, promossa da Barack Obama.
Rieccoci su Borders, la newsletter che intreccia storie, culture e geopolitica. Io sono Francesco Del Vecchio, giornalista e analista freelance. Iscriviti per non perdere le prossime uscite!
Orchestrare la “fine di Cuba” rappresenta da anni l’obiettivo definitivo di Rubio e il suo attuale doppio ruolo da Segretario di Stato e Consigliere per la sicurezza nazionale gli ha permesso di porre l’isola in cima alle priorità dell’amministrazione americana. Trump, dal canto suo, fino a poco tempo fa non aveva mai mostrato un reale interesse per Cuba, fatta eccezione per l’idea di aprire un hotel a L’Avana; durante il suo primo mandato, avrebbe detto ai consiglieri della Casa Bianca: “Fate felice Rubio”, lasciando a lui la formulazione della politica cubana dell’amministrazione.
Il ritorno di Trump alla Casa Bianca però ha portato un deciso cambio di passo nella gestione della politica estera, prediligendo spesso la legge del più forte al diritto internazionale, tenendo in considerazione solo “la mia moralità”, come ha detto lo stesso Trump. In questo momento, il background e la visione del mondo di Rubio si sposano con il desiderio trumpiano di espandere l’influenza statunitense in tutto il continente americano, dove il presidente ambisce a una supremazia “emisferica”, anche grazie al successo dell’operazione contro il presidente Nicolas Maduro in Venezuela.
Visto da L’Avana
Il regime di Caracas era considerato dagli americani come l’ultima risorsa fondamentale per la sopravvivenza di Cuba, grazie alla fornitura di petrolio venezuelano a buon mercato in cambio del supporto di intelligence cubano. Dopo l’arresto di Maduro è arrivata la sospensione di questo flusso, proprio mentre Cuba affronta la peggiore crisi economica dalla rivoluzione del 1959, con blackout diffusi, carenze di cibo e carburante.
“La situazione è davvero drammatica”, dice Samuele Maccolini, giornalista appena rientrato da Cuba che mi ha raccontato il suo punto di vista sulle difficoltà dell’isola. “Basta camminare per le strade per rendersene conto: ovunque, le persone cercano in ogni modo di procurarsi dollari o euro. L’inflazione ha eroso il valore del peso locale al punto che, con uno stipendio medio, non si riesce più ad acquistare quasi nulla”. Alla fine del 2021 l’inflazione annuale ha superato il 70 %, a causa di una fallimentare riforma della moneta, e negli anni successivi si è mantenuta comunque sopra il 20% o il 30%, livelli tossici per l’economia.
Le giornate a L’Avana sono scandite da interminabili file: davanti alle banche, per riuscire a prelevare contanti, e davanti agli uffici di cambio, nel tentativo di convertire i pesos in dollari o in euro. La sopravvivenza a Cuba è diventata un esercizio quotidiano di adattamento: molti si arrangiano con più lavori, mentre altri cercano di intercettare i pochi turisti rimasti, nel tentativo di ottenere qualche mancia o forma di guadagno extra.
Anche per quanto riguarda i blackout, la situazione osservata da Samuele è estremamente grave. L’elettricità è sottoposta a un rigido razionamento: nei diversi quartieri vengono stabilite fasce orarie precise in cui è possibile usufruirne, mentre nel resto della giornata intere zone restano al buio. La vita si è organizzata attorno all’incertezza dell’energia disponibile e molte famiglie si affidano a sistemi di accumulo, come batterie o piccoli generatori, per riuscire a svolgere le attività essenziali.
“Non ho incontrato una sola persona soddisfatta della situazione attuale: il malcontento è diffuso e la rabbia nei confronti del governo è palpabile”. A questo si aggiunge un dato difficilmente ignorabile: negli ultimi anni il Paese ha conosciuto un’emigrazione massiccia, che ha ridotto sensibilmente la popolazione. I dati sono scarsi e mancano delle stime ufficiali, ma centinaia di migliaia di cubani (probabilmente addirittura milioni) hanno lasciato l’isola in cerca di condizioni di vita migliori, contribuendo a un rapido calo demografico. “La sensazione, sempre più diffusa, è quella di un sistema arrivato a un punto di rottura: Cuba oggi appare un Paese in profonda crisi, vicino al collasso”.
Pressing trumpiano
Dalle parole di Samuele Maccolini emerge il ritratto di una popolazione stremata, provata non solo dalle difficoltà materiali ma anche da un clima di timore diffuso. Intensificare ora la pressione su Cuba per gli americani significa sfruttare il contesto di grave crisi con l’obiettivo di provocare un cambio di regime o ottenere significative concessioni da L’Avana. Questo approccio vuole replicare quanto fatto di recente in Venezuela, dove Washington ha usato una combinazione di pressione economica, dialogo dietro le quinte e interventi diretti per indebolire il regime.
“C’è chi, pur di vedere un miglioramento concreto delle condizioni di vita, è favorevole a un intervento esterno, anche americano”, prosegue Samuele. Un segnale che spiega quanto la qualità della vita sia percepita ormai al limite: l’obiettivo è semplicemente poter condurre un’esistenza dignitosa. “La prospettiva di un futuro appare offuscata, mentre la quotidianità assorbe ogni energia: si vive alla giornata, senza il tempo né le risorse per interrogarsi sugli equilibri geopolitici”.
Adesso però il rischio di un intervento armato statunitense non è escluso, soprattutto se le negoziazioni diplomatiche dovessero fallire e il governo cubano rifiutasse le richieste di Washington. Funzionari dell’amministrazione hanno dichiarato che il piano di regime change è già predisposto e attende soltanto un ordine da parte di Trump per essere attivato.
I progetti per il day after e per favorire la ripresa del Paese sembrano meno chiari: l’importante è “attaccare ora e pianificare dopo”, lo stesso motto che ha plasmato gli interventi in Venezuela e Iran e che vede Trump parlare con leggerezza della “imminente fine” del regime cubano e di una possibile “presa amichevole” del Paese. Probabilmente, una volta chiuso il conflitto con l’Iran, Trump volterà pagina e passerà a Cuba, anche per liquidare in fretta i rischi e i costi dell’operazione in Medio Oriente.
Tuttavia, Cuba non è il Venezuela. Non dispone di vaste risorse da sfruttare, né un eventuale cambio di governo offrirebbe un grande guadagno economico agli Stati Uniti. E nonostante i legami con Russia, Cina e Iran, non rappresenta una minaccia alla sicurezza americana. L’Avana non è nemmeno al centro della famigerata “lotta al narcotraffico” promossa da Trump, che ha usato per giustificare la sua aggressività nel continente. Soprattutto, per chi vive sull’isola, la geopolitica resta un rumore di fondo rispetto a una quotidianità fatta di scarsità e frustrazione.




